Il piccolo treno da Piombino a Campiglia

Il piccolo treno da Piombino a Campiglia

di Gordiano Lupi

Un libro, un racconto, una storia… devono dare l’impressione della sincerità della vita. E allora torniamo ad amare i nostri fantasmi, gli antichi sentieri della nostra città di mare, di fantasmi inseguiti, dimenticati, cercati di nuovo, a volte per un solo incontro e per entrare in contatto con una vita irreale che subito svaniva. Gli alberi dei nostri sentieri: tamerici, pini marittimi, tigli, lecci, sarebbero sopravvissuti a me. Questa era la sola certezza.

Ricordo una stazione di mare. Il trenino che arranca nel vento e si ferma. Il controllore grida i nomi delle stazioni. I ricordi corrono, le visioni di spiagge, campagne e sentieri evocano sensazioni perdute. E i luoghi perdono il mistero, i loro nomi diventano consueti, il ritorno li fa di nuovo luoghi usati, fantasmi del ricordo. Il trenino rappresenta un quadro di vita mondana come un altro, pare quasi avere la coscienza di un ruolo imposto. Assume una certa simpatia umana, paziente, docile, attende i ritardatari, riparte, si ferma a raccogliere chi fa segno di fermarsi, che lo inseguono ansanti, mentre lui si muove con saggia lentezza.

Il trenino che percorreva la linea Piombino - Campiglia, negli anni Settanta, una motrice e poche littorine marroni che sostavano a Portovecchio tra fuliggine e spolverino, proseguivano per le campagne di Fiorentina, si fermavano il tempo d’uno sguardo innamorato nella fiorita Populonia, la stazione più bella d’Italia adesso in abbandono, per raggiungere Campiglia e collegarsi al mondo dal nostro promontorio distante. Partire per Pisa era un viaggio verso l’ignoto, un addio ai luoghi conosciuti, al luogo dei nostri ricordi, delle nostre amicizie, dei nostri amori d’infanzia, dei tramonti dorati, dello scampanio triste d’una città maledetta dove era scritto nel destino che un giorno non avresti più trovato il sorriso buono del padre e il bacio rassicurante della madre. Vedere le colline azzurrastre nascoste, i tigli del viale, i nomi dei luoghi divenuti così familiari e conturbanti in una vallata che scandiva la poetica voce della sera.

La grande pace che feconda la sera della nostra piccola Combray bastardo posto cade su prati folti e salmastri, mentre un tempo diverso riempie la scena: refoli d’aria fresca, voluttà estiva, si alzano dalla pineta (dove un tempo un bambino sognava il futuro tra le note di De André)  e quasi impercettibilmente, in volute carezzevoli, in mulinelli capricciosi, davano inizio ai loro leggeri notturni a base di ponente e maestrale, di tanto in tanto scirocco e libeccio, per tormentare i ricordi. Perché, come dice Bergson, noi possediamo tutti i nostri ricordi, ma non la facoltà di ricordarceli. 

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